La mostra
« Huma Bhabha / Alberto Giacometti » all’Istituto Giacometti: un confronto inedito che mette in dialogo gli assemblaggi contemporanei di Huma Bhabha con le figure emblematiche di Giacometti. Sculture, teste e frammenti suonano la stessa nota di vulnerabilità e resistenza, invitando a riscoprire la forza espressiva della figura umana.
La mostra «Huma Bhabha / Alberto Giacometti» si tiene all’Istituto Giacometti dal 6 febbraio al 24 maggio 2026. Progettata appositamente per questo luogo, confronta l’opera della scultrice pakistano-americana Huma Bhabha con quella di Alberto Giacometti intorno alla figura umana, attraverso assemblaggi, calchi, bronzi dipinti e terrecotte. Due figure in piedi inedite dialogano con L’Uomo che cammina, La Gamba o le Donne di Venezia, in un percorso orchestrato dalla curatrice Émilie Bouvard e dallo scenografo Éric Morin.
Perché andare
All'Istituto Giacometti, dal 6 febbraio al 24 maggio 2026, la mostra «Huma Bhabha / Alberto Giacometti» stabilisce un confronto inedito tra due visioni potenti della figura umana. Il percorso, pensato per il luogo, coniuga emozione, straniamento e una notevole densità plastica.
Il confronto degli atelier
Due spazi di creazione, due rapporti con il corpo Il percorso si apre con un confronto tra due mondi. Alberto Giacometti non ha mai lasciato il suo atelier al 46 di rue Hippolyte-Maindron, concentrando la sua creatività in appena 24 m². Huma Bhabha, stabilitasi a Poughkeepsie dal 2002 con il pittore Jason Fox, dispone le sue sculture in un atelier più ampio e luminoso per osservarle da lontano e da tutte le angolazioni. Questo contrasto apre «Huma Bhabha / Alberto Giacometti» all’Istituto Giacometti su una questione comune a entrambi gli artisti: come gestire la distanza tra scultura e spettatore. Huma Bhabha, So Am I, 2025, sughero, polistirolo, argilla, filo di ferro, ossa, acrilico, bastoncino a olio, gesso e legno Nel cortile, L’Uomo che cammina di Giacometti continua il suo avanzare. I piedi di Untitled di Bhabha restano piantati a terra nonostante un corpo soffiato, come nei film di zombie che lei adora. Attraverso la finestra, Magic Carpet mostra gambe con stivali di gomma appoggiate su un tappeto rosso scuro, un riferimento giocoso alla silhouette di Giacometti. L’umanità della loro opera comune traspare qui: un’attenzione alla violenza del mondo tanto quanto alla sua tenerezza, senza perdere l’ironia nera che attraversa le loro forme. Gli assemblaggi di Bhabha — legno, gesso, argilla, filo metallico e acrilico — rispondono ai calchi dipinti di Giacometti. La disparità dei componenti e la brutalità delle manipolazioni restano visibili: Bhabha non cerca di sedurre. Il visitatore entra nel cuore di uno scambio in cui la fragilità dei materiali diventa resistenza dei corpi.
Nota della redazione
Usciamo da questo confronto scossi e arricchiti: la vicinanza delle forme e la materia — ruvida, dipinta, incrinata — trasformano la visita in un'esperienza fisica, quasi intima. L'incontro tra le presenze di Bhabha e le figure di Giacometti crea una strana complicità in cui la fragilità diventa forza e la distorsione, verità.
Andateci per questo impatto sensibile e generoso: lungo le sale raccolte e le pause aperte, si avverte un’urgenza artistica rara che fa venir voglia di guardare il corpo, e la scultura, in modo nuovo.
Il cinema, le teste e i grandi feriti
Quando la scultura prende in prestito dal cinema Il gabinetto di arte grafica espone per la prima volta i provini del regista e fotografo svizzero Ernst Scheidegger, dove le sculture di Giacometti appaiono all’esterno. Le sequenze di immagini evocano storyboard. Bhabha, appassionata di fantascienza e film noir, risponde con i suoi piedi camminanti fotografati intorno a Karachi nei primi anni 2000, scenette incongrue inserite nel paesaggio urbano. Due film prolungano il dialogo nel salotto Follot: They Live (1988) di John Carpenter e La Bella e la Bestia (1946) di Jean Cocteau. Nella grande sala, Don't Cast a Shadow (2025), completata per la mostra, si erge come un grande ferito. Il suo corpo, come trafitto da colpi, sta ancora in piedi. La sua testa tonda è dolce, come la semplicità quasi ingenua dei segni che attraversano il torso, mettendo in risalto le coste e l’ombelico. Questa marcatura si ispira alle pratiche di scarificazione nella statuaria africana e al realismo dei Buddha affamati con costole prominenti della tradizione asiatica. Alberto Giacometti (1901, 1966), Uomo che cammina II, 1960, gesso L’Uomo che cammina II fa parte dei tre calchi a grandezza naturale realizzati da Giacometti nel 1960, nell’ambito di un progetto commissionato per il piazzale della Chase Manhattan Bank a New York, progettato dall’architetto Gordon Bunshaft. Questo progetto non fu mai realizzato, ma le figure create in quell’occasione — una donna alta, un uomo che cammina e una grande testa — sono diventate icone della scultura del XX secolo. La silhouette allungata e filiforme, con piedi massicci che sembrano staccarsi dal basamento, concentra potenza e vulnerabilità umane. Giacometti aveva lavorato il motivo della camminata già nel 1947 con il primo Uomo che cammina di grandi dimensioni ispirato al modello egizio, prima di riprenderlo nel 1960 con queste tre versioni definitive. Nella mostra, questa figura è collocata nel cortile dell’Istituto, proseguendo il suo cammino solitario di fronte alle sculture di Bhabha, i cui piedi rimangono invece piantati a terra.
Domande frequenti
Quando e dove si tiene la mostra?
« Huma Bhabha / Alberto Giacometti » si svolge dal 6 febbraio al 24 maggio 2026 all’Istituto Giacometti, 5 rue Victor Schœlcher, 75014 Parigi. È una proposta pensata per questo luogo intimo che invita a osservare affiancate due visioni potenti della figura umana.
Quali opere e momenti forti bisogna individuare nel percorso?
Il confronto riunisce opere principali di Alberto Giacometti, tra cui L'Uomo che cammina (1960), La Gamba (1958) e le Donne di Venezia (1956), e alcune sculture recenti di Huma Bhabha: figure in piedi, teste, frammenti corporei e disegni. Al centro del percorso si erge la scultura recente Don't Cast a Shadow (2025) creata per la mostra. Il percorso mette a confronto anche l’argilla e le terrecotte di Bhabha (modellate soprattutto all’aperto a Oaxaca) e i calchi e bronzi dipinti di Giacometti; la curatrice è Émilie Bouvard, la scenografia di Éric Morin.
Quali sono gli orari di apertura e i giorni di chiusura?
L’Istituto Giacometti è aperto da martedì a domenica, dalle 10 alle 18 (ultimo ingresso alle 17:20). È chiuso il lunedì. L’Istituto è inoltre chiuso al pubblico il 1° maggio, il 25 dicembre e il 1° gennaio.
Tariffe e informazioni pratiche per arrivare?
Tariffa intera: 9 €. Tariffa ridotta: 3 € (18-26 anni, disoccupati, insegnanti con Pass Éducation, artisti affiliati Maison des artistes/Agessa). Ingresso gratuito per minori di 18 anni, persone con disabilità e loro accompagnatori, beneficiari di minimi sociali e titolari di tessera stampa o ICOM. I biglietti sono disponibili online tramite la pagina dell’Istituto o in vendita in loco secondo disponibilità; devono essere stampati o mostrati su dispositivo elettronico e non sono rimborsabili. L’ingresso è gratuito il primo giorno di ogni mostra (senza prenotazione). Accesso: metro linee 4 e 6 (Raspail o Denfert‑Rochereau), RER B (Denfert‑Rochereau), bus 38, 68, 88, 91. L’Istituto esegue controlli borse nell’ambito del piano Vigipirate rafforzato; sono disponibili deposito bagagli nelle vicinanze.
Le figure femminili e i resti
Nobilità feroce e frammenti quasi archeologici La sala centrale raccoglie le figure femminili dei due artisti. Da Giacometti, il colore fa risaltare la struttura smagrita del corpo e gli conferisce una dimensione rituale. Da vicino, la pittura evidenzia ossa, articolazioni, la magrezza delle Donne di Venezia (1956) o della Grande Donna (1958). Da Bhabha, la pittura rafforza l’ambiguità sessuale delle sue sculture. Féroce, figura femminile creata per la mostra, si erge accanto a loro con corpo angolare e volto come corroso. Tutte emanano una nobilità feroce, come moderne Menadi spinte dal soffio di Dioniso. Alberto Giacometti (1901, 1966), Donna di Venezia I, 1956, gesso dipinto L’ultima sala e il corridoio presentano le terrecotte realizzate da Bhabha all’inizio del 2022, durante una residenza a Oaxaca in Messico. Cotennute in un forno tradizionale all’aperto, queste nove opere senza titolo mostrano frammenti di corpo con effetti cromatici sottili, nati dalle variazioni di temperatura. Waddah, titolo che riprende il nome di un prigioniero morto a Guantanamo, rafforza questa dimensione archeologica.
Galleria
Pronto per la visita?
Prenota in anticipo la tua visita acquistando i biglietti salta fila e scegli la fascia oraria che preferisci.
Prenota i tuoi bigliettiBiglietteria ufficiale



